Un'operetta vana e inconcludente

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venerdì, ottobre 31, 2003

Kill Bill - Volume I, Quentin Tarantino

Kill Bill è veramente un film EPOCALE. Orribile, ridicolo, con una sceneggiatura che potrebbe esser stata scritta da un ragazzino, piena com’è di incongruenze, personaggi rigidamente divisi in buoni e cattivi, esagerazioni, e tutta una serie di cose così. Ma, con tutto ciò, è un film veramente epocale.

Ogni cosa è bella alla sua maniera, si potrebbe dire: immaginate di vedere, camminando per la campagna, un’enorme cacata di mucca, lì, ferma, del tutto presente, che può esprimere migliaia di significati solo con quel suo essere lì, magari con qualche mosca intorno. Ecco, che direte? Non so voi, ma io certo dirò: “ma che bella cacata!”. Quasi ammirato. E questo è il punto. Quella zotta è meravigliosa come cacata, perfetta, compiuta in sé e per sé, intangibile; e lo stesso vale per il film (il quarto film, come si premurano di avvertirci fin dai titoli di testa – a proposito, perché tradurre così qualsiasi cosa? Nel caso, appariva scritto: “The 4th Quentin Tarantino film”, e subito sotto: “Il quarto film di Quentin Tarantino”; poi, all’inizio vero e proprio del film, più tardi: “Pasadena, California”, e sotto “Pasadena, California”. Mah…) di Tarantino. Non ha nessun senso metterlo (e magari confrontarlo) in una ideale galleria di film. Non ha nessun senso contestarne qualche aspetto basandosi sui paradigmi di verosimiglianza, unità di tempo luogo e spazio, o altre stronzate. Non ha nessun senso, quasi, parlarne. Perché non c’è niente da dire. C’è solo da VEDERE. Se poi qualcuno vuole ripensare all’Opera di Pechino (Jing Ju), con tutti quei balletti estremi, faccia pure. Stesso discorso per i Samurai. O Kenshiro, i Manga; un sacco di altre cose di cui so troppo poco per parlare. Fate pure: tanto questo film sta lì, un enorme manifesto a cartoni animati, solido, coloratissimo, di grande impatto. Semplicistico? Ok, semplicistico. Ma un mattone (dico proprio fisicamente, Il mattone, senza nessuna metafora allusiva) lo è, semplicistico nella sua consistenza?

Tra le poche cose che si possono dire è che questo è il film che Tarantino VOLEVA fare. Da sempre. Ci rivediamo il bambinone che è in lui, quello che divorava telefilm, cartoni e film di serie z, da ragazzo, e che con tutto questo è cresciuto. La sceneggiatura, del resto potrebbe averla tranquillamente scritta un ragazzo del genere, cresciuto a pane e tv, col viso coperto di brufoli, e magari mago dei primi linguaggi basic e/o macchina: anche nel Volume II non mi aspetto di sapere perché un tempo ci fosse la squadra delle Vipere Assassine, che scopo avesse nel mondo, perché e soprattutto chi mai dovessero andare ad assassinare a giro. Perché proprio delle donne-perfette-macchine-da-guerra, con un capo-tiranno-gentiluomo stile Charlie’s Angel, e via così. Semplicemente c’erano, e questo ci basti. C’erano perché ci dovevano essere, c’erano perché sul “c’era una volta” nessuno si è mai sentito di dover dare spiegazioni di nessun genere (e ci mancherebbe!). Si parte da uno stato di cose su cui non ci può esser nulla da obiettare e poi ci si getta una manciata di pepe (ecco, magari sapremo qualcosa di più su quella maciata di pepe, sul perché, cioè, è successo quel che è successo, perché, insomma, pestano così la povera Black Mamba il giorno delle sue nozze) e si fanno succedere un sacco di cose, coi personaggi come figurine. Già, i personaggi: nemmeno su di loro (e i nomi, i nomi: Vernita Green, Black Mamba, le Vipere Assassine, Go-go… nomi che solo un sedicenne può inventare) c’è un minimo approfondimento caratteriale. Ed è perfetto così: puro intreccio, mettendo nel calderone sempre più ingredienti grezzi (del resto anche l’Orlando Innamorato prima e l’Orlando Furioso poi – ok, l’Orlando Furioso meno, non vi arrabbiate… meno! – potrebbero dirsi un guazzabuglio di storie intrecciate fra loro, senza andar troppo per il sottile, seppur di gusto, perfette ecc ecc).

Per smetterla qui: se leviamo Kill Bill Volume I da tutto questo contesto, vi diverrà la più grande cazzata possibile. Immane (resterà comunque la grandezza, si noti). Se ce lo lasciamo, invece, sarà IL CAPOLAVORO. C’è gente, penso, che può impazzire per questo film...

ah, ultima parola per la tanto declamata e deprecata violenza del film. Non esiste, letteralmente. Il sangue scorre a fiumi, saltano teste, arti, ecc ecc. Ma di qui a dire che faccia effetto… beh, ma andate in culo, via…

Certo, potreste dirmi: ma tu porteresti tuo figlio a vedere questo film? No, cazzo, certo che non ce lo porterei.

Non ho un figlio.

(ok, e poi il film è vietato ai minori di 14 anni, e poi in ogni modo non ce lo porterei: però IO non lo porterei a vedere quasi nulla di quel che danno, quindi il problema non può porsi solo di fronte a “il 4 film di Tarantino”)

postato da: Paperogonfio alle ore 16:39 | link | commenti
categorie: dottor merda - cinema
giovedì, ottobre 30, 2003

COSTANTINO CORTEGGIATO NON SOLO IN TV – Centinaia di fans accorse alla discoteca Gialù di Corridonia (MC) per strappare un autografo e magari un bacio al nuovo sex-symbol del teleschermo, Costantino. Il protagonista della serata non è stato avaro di attenzioni verso nessuno, vivendo in pieno il momento di gloria che la partecipazione al programma televisivo di Maria De Filippi “Uomini e Donne”, gli sta regalando. Anche la stampa presente ha potuto apprezzare la sua spontaneità: disponibilissimo, ha esternato il proprio pensiero senza peli sulla lingua, rispondendo per le rime a chi critica il suo discutibile successo televisivo. Dichiara di essere sempre stato un uomo di spettacolo, la differenza ora consiste unicamente nella maggior notorietà. Come si sente nelle vesti di nuovo sex symbol? “Sono contento di esserlo e ne sono consapevole, sono sempre stato bello ed ora che mi hanno visto in TV, credo di piacere anche di più”.

E riguardo al comportamento delle donne che gli cadono ai piedi, confessa: "È una bella sensazione, ma credo che sia normale quando si ha a che fare con una persona che piace. Una volta una ragazza mi ha strappato la maglia, addirittura una raccoglieva i mozziconi di sigaretta che lasciavo cadere. Tutto questo però è favoloso, amo le donne indistintamente, anche se il mio ideale è la classica donna mediterranea”.

Costantino si lascia sfuggire anche una battuta sulla De Filippi: “Maria ha capito subito che sarebbe stato vantaggioso concedermi maggior spazio e, da donna intelligente qual è, ha centrato l’obiettivo, registrando ottimi ascolti”.

postato da: Paperogonfio alle ore 15:16 | link | commenti (4)
categorie: lbg - la bella gente
mercoledì, ottobre 29, 2003

…ma una delle cose più degradanti in assoluto, per quel riguarda un po’ tutto tanto per essere amabilmente vaghi, è la frequentazione del corso di inglese della prof.ssa Borghy. Riana Borghy, tanto per (invece) esser precisi, anche se, per la verità non mi ricordo proprio un cazzo di quei tempi: mi sembrano sempre così lontani, ogni volta che ci ripenso. Chissà perché. Comunque sia, era un corso di Lingua e Letteratura Inglese, e la simpaticona, qui, l’aveva intitolato “passaggi” e poi non so che altro; c’erano tutta una serie di parole senza senso alcuno, paroloni, locuzioni altisonanti, cose così insomma. Cazzo, non riesco proprio a ricordarmelo. Uno degli autori trattati era il Forster di A passage to India, e poi c’era un sacco di altra roba. Alla prima lezione si perse in un ridicolo panegirico di una serie di cose che non furono chiare praticamente a nessuno: il Flaneur, Baudelaire, una citazione di Virginia Woolf per cui una donna per vivere come si deve dovrebbe avere “500 ghinee l’anno e una stanza tutta per sé”, l’essere androgino, il travestitismo e l’inversione, la libreria delle donne che era l’unica libreria che non aveva scopo di lucro e presso cui avremmo potuto trovare i libri del corso (solo lì? Mah...), eccetera eccetera. Ricordo soprattutto come parlava: a cazzo, assolutamente. Mi faceva venire la pelle d’oca solo a sentirla, specie quando diceva la parola “PASSAGE”. Madonna.

Ci vide tutti piuttosto disorientati, alla fine della presentazione, e rincarò la dose parlando di una relazione che avremmo dovuto fare. Stavolta, si attorcigliò nella spiegazione: se uno frequentava il suo corso fino ad Aprile, 5 cartelle; se uno dava l’esame a giugno, 7; a ottobre, 10. Il tutto tenendo conto anche del lettorato, che scadeva non ricordo bene quando, e poiché la relazione doveva contenere anche una parte relativa a questo (che, si pensi un po’, era sulla Spoon River Anthology - altro che Forster!), le cose cambiavano un po’. Ne nacque un bel momento imbarazzante, con domande idiote da parte degli studenti che non capivano il meccanismo complicatissimo che questa donna aveva saputo concepire, e risposte che non facevano altro che intricare di più la matassa.

Ma cominciammo i corsi, e la prima lezione cominciò dov’era finita la presentazione: nel nulla più assoluto. Delle due ore in cui la signora parlò, penso che nessuno riuscì a capire una parola. Passaggi… ma che cazzo voleva dire? Vaneggiamenti continui e confusi di una vetero-femminista isterica. Così si sarebbe dovuto intitolare il corso, pensai. A un certo momento, nel bel mezzo di una sua lettura di A Passage to India – un passo in cui, secondo lei, Aziz dava chiarissima prova di essere finocchio, e tutto, si badi bene, perché a Mr. Fielding mancava un bottone sulla giacca o sulla camicia, e l’altro glielo toccava, facendoglielo notare – una ragazza si alzò e disse che non aveva ben capito il tutto… che, insomma, a lei sfuggiva qualche punto.

L’altra si fermò, si guardò intorno un po’ stranita e disse: “ah, ma scusate… scusate… voi non condividete la mia lettura di questo passo… ah, scusate… no, allora tutto quello che vi ho detto fino ad adesso non ha più senso, è del tutto sbagliato… eh, se non condividete la mia lettura…”

E poi ne nacque un dibattito, che si annacquò ancora nei suoi deliri, finché riprese a leggere di Aziz e Fielding e Adela, ficcandoci in mezzo il flaneur e l’omosessualità. E diceva di continuo “Passaggi”. Merda.

Io odio quando non capisco di cosa stiamo parlando, e dopo due lezioni decisi di piantare quel corso del cazzo. In culo alla Libreria delle Donne, senza scopo di lucro. Una ragazza che conoscevo, mi raccontò poi, andò al ricevimento, per provare a parlarci, e capire qualcosa di più. In sostanza lei disse che avrebbe fatto bene a frequentare, che quello era un corso facile, che poi l’esame sarebbe stato semplice, e un sacco di altre cose. Beh, almeno su quello aveva ragione: quelli che restarono, presero quasi tutti il massimo. Di cosa abbiano parlato, però, proprio non saprei.

Né m’interessa: a me era bastata la citazione di Virginia Woolf (del tutto gratuita & a sproposito, peraltro), per inquadrare facile la signora in questione: era una di quelle lesbiche (e fin lì – metto subito le mani avanti, per carità – nessun problema: assolutamente - giuro! - nessun pregiudizio o altro, mai; ognuno è solo se stesso, almeno finché non ci marcia su) che non volevano avere solo il DIRITTO all’omosessualità, bensì il DOVERE, esaltando solo e soltanto chi come loro era dalla parte della verità e del giusto, perché nella verità (per compensazione, magari, o che so io) ci son solo loro, mi pare ovvio, mica noi poveri stronzi dagli occhi chiusi e sordi al vero!

Peccato casomai per Lee Master e la sua Antologia...

(NOTA IN MARGINE

Ehi, a proposito... se c'è qualcuno che è in possesso del programma di QUEL corso (lingua e lett. inglese - prof.ssa Borghy, anno ora non mi ricordo bene quale, univ. degli studi di Philenze - ma penso fosse il suo primo corso in assoluto) me lo faccia avere, per favore, vi prego, vi scongiuro & vi supplico con $entimento: adesso che è tutto finito, ed è finito da un po' a dire il vero, vorrei rivederlo, e vedere l'effetto che fa. Se ci rido ancora, o se magari capisco tutto e ciao. Mettetevi in contatto con me. Graziegraziegrazie.

"Passage" a tutti voi)

postato da: Paperogonfio alle ore 16:47 | link | commenti (4)
categorie: ripostiglio
lunedì, ottobre 27, 2003

PROSSIMAMENTE, SUGLI APPASSIONANTI SCHERMI DI “TELEMERITI, (TUTTE, NEL COPPINO)™”, la nuova, attesissima fiction di raidue (o non era TELEMERITI, (BELLE SODE)™? Cazzo lo sapevo, ho già sbagliato, ora li senti dall’amministrazione, ma perché son così NERD?): “Sì dai, così, rivoga!”

Ebbene sì, cari amici telespettatori e non: dal prossimo mese (o anche domani, ora si vede, tutto dipende dalla risoluzione di alcuni problemucci fiscali di pochissimo conto ed entità, non è vero che siamo morosi di tre anni come dicono quei crumiracci dell’azienda di spurghi qua sotto, gelosi perché noi si lavora nel doratissimo mondo dello sciobìs e loro invece da mane a sera e da sera a mane a spalare merda merda e merda dai condomini di straccioni come voi e i Vs. spett. e puciosissimi amici), la nostra emittente finalmente provvederà a colorare la Vs. grigia (grigia?) etere con un nuovo, nuovissimo programma, uscito direttamente dai sogni di tutti voi, oltreché dal cappellone nero a cilindro con banda grigia tipo quello da cui fanno uscire sempre i conigli e i piccioni in quegli spettacoli per mentecatti che io non ci volevo andare ma il Ciapetti ieri sera mi c’ha portato a forza colla scusa che lui c’aveva una cugina che era in classe insieme alla valletta del coglione che faceva il mago e poi sicché m’ha lasciato lì come un baluba ed è andato a broccolarla duro alla fine dello spettacolo, insomma quelli lì; dicevo: uscito dal cilindro di uno dei nostri registi di punta, Claudiomiro Vincenzo Aristide, negli Scorsese (nEpote di, e alla lontana). Vorreste saperne di più, eh? Ma invece nulla: la suspence, il brivido, lo struggimento, il prendere per il culo (questa era meglio se non la scrivevo), d’altra parte, fan parte del gioco, quando si lavora nel dorato mondo dello sciobìs. E noi di TELEMERITI, (DRITTE NEL MUSO)™, modestamente, CI SI LAVORA ECCOME! (toh, beccati questa, Spurghi Giuliano Fast Service srl!)

Eggià, che volete che mi rovini, rivelandovi che si tratta di 7 puntate in cui un grande e nuovo eroe, Cannello Insaziabile, vivrà le più strabilianti avventure, sullo sfondo della guerra di secessione polacca e del bellissimo panorama esotico di qualche isoletta sperduta del Pacifico che gl’importava un cazzo a chi ci abitava di noi e di tutto il resto del mondo, se non gli si andava a rompere i coglioni con le telecamere e le luci e il fonico di produzione che peraltro si sono pure mangiato dopo esserselo inculato a puntino, specie il capo tribù Mallo, che c’aveva un collo-di-papero come non avevo mai visto e spero di non vedere mai più? Volete forse voi che mi rovini, rivelandovi che la prima puntata si intitolerà Cannello Insaziabile contro Analmente Pronta, e che vedrà l’ineffabile e sempre riproponibile scontro fra fenomeno e noùmeno, con una puntina però di materialismo in più, specie nel momento in cui Cannello Insaziabile riempirà la cavità di Analmente Pronta (2° minuto della puntata) e lei risponderà dicendo: “sì, dai così, RIVOGA!”? Eh? Eh? Pensate forse che IO sia fesso? Che voglia rivelarvi che poi i due si separeranno e Analmente Pronta diverrà l’acerrima nemica di Cannello Insaziabile, e tutte le settimane gli propinerà quindi infidissimi tranelli per infinocchiarlo e ridurlo all’impotenza, sì da trasformarlo, lui proprio lui, Cannello Insaziabile, in Analmente Pronto e avere così la sua rivincita Omosex & Latex il tutto ovviamente condotto in un estremo Bondage-Sado-Maso-Orco? E che magari con tutta probabilità non arriveremo a trasmettere la seconda puntata perché i Nas o la Buoncostume o insomma qualche altra autorità ingiusta & vessatoria ci chiuderà d’ufficio per volgarità spinta e offesa pesante ad ogni comune (buon)senso del pudore?

No, non sono mica scemo, cari telespettatori (e non) di TELEMERITI (E SE NON ORA, DOPO)™! Vi lascerò a macerarVi nell’incertezza! Ah, ah, ah…

ops, che è? Mannaggia… citofono… mi chiama la produzione…

che modi...

vado…

postato da: Paperogonfio alle ore 21:56 | link | commenti
categorie: la grande fiction
domenica, ottobre 26, 2003

Mystic River , di Clint Eastwood

È passata da poco la metà del film; i due poliziotti entrano in un negozio di liquori, e interrogano il vecchio proprietario a proposito di una rapina che questi subì tempo addietro. Una pallottola bucò una bottiglia di Jack, sta raccontando lui, e rimase conficcata nello scaffale. “Un brutto spavento”, commenta il sergente. “Già, come davanti ad un bicchiere di latte” risponde il vecchietto, e sorride ammiccante. Cazzo. Mi giro verso quello che è accanto a me:

“cazzo, ma quello...”

anche lui l’ha riconosciuto:

“si… è Il Brutto…”

“ELI WALLACE!”

Che bello! Clint Eastwood fa un film, e in una particina appare come per magia Eli Wallace, Tuco, Il Brutto. Mi aspetto di vedere spuntare fuori da un momento all’altro – chessò, un passante, un agente della stradale, un cliente al negozio di liquori – Sentenza Lee Van Cleef, se non fosse che, a quel che ci ricordiamo è leggermente defunto. E Gian Maria Volonté?

“…E io… miagolavo… miagolavo  M I A G O L A V O…”

Quando ride, nonostante gli sia nevicato e tirato parecchio vento sui capelli, e c’abbia in più un pizzetto nelle stesse condizioni, per forza viene in mente di lui che addormenta i carcerieri ribelli, beffardo.

Ricordate Hulk, di questa estate? Dopo pochi minuti appare lui, Lou Ferrigno: nel fare un film sul Hulk, i produttori hanno voluto zepparci così, d’amblée, tanto per far contenti i cinefili con una citazione dotta (?), il protagonista della serie TV di tanti anni fa: e allora Lou Ferrigno fa la guardia di sorveglianza, enorme e bolso come sempre, e per farlo notare ancora di più (non poteva passare e basta?) fa un cenno da cavallo, con le dita a pistola, allo scienziato Bruce Banner (Eric Bana, ma in realtà era chiaramente Paolantoni coi capelli tinti, ahahahah).

Ok via, sarebbe questo tutto quello che ho da dire su Mystic River? Cazzo, certo che sì, è inutile dilungarsi: il film è bello, degno di un romanzo di James Ellroy, nel suo essere cupo, teso e senza (quasi, per la verità) punti deboli nella trama (al contrario, tanto per fare il primo esempio che mi passa per la testa, di Seven); degno di C’era una volta in America, nella rappresentazione e ricostruzione della parte scalcinata della città (qui) di Boston (lì, New York), e dei personaggi che la affollano (Sean Penn per l’occasione è diventato veramente enorme, e tatuato ovunque: ha la grandezza, non solo fisica a ‘sto punto, di un personaggio di Shakespeare – lui e tutta la sua corte di sgherri); degno infine della 25ma ora.

Cazzo c’entra? Non lo so; fatto sta che fin dall’inizio del film mi è venuto in mente, come per metterli a confronto, il bel film di Spike Lee, in cui furoreggia il mio idolo di sempre: Philip Seymour Hoffman (beh, che c’è? Lo è almeno da quando faceva la checca in Boogie Nights – è grandissimo!), ed in cui soprattutto, per la prima volta, il regista abbandona il solito film “ghetto-negro” arrabbiato e rancoroso per qualcosa di più maturo e sfumato (anche se, a ben vedere poi ci ricade: “e voi negri del cazzo che passate le giornate a giocare a pallacanestro, sempre a chiamarvi infrazione di passi, ecc ecc. Sveglia belli! La schiavitù è finita cento anni fa!”, o giù di lì, vado a memoria… alé! Questa la parte che tocca ai suoi FRATELLI nella lunga – e bella peraltro, almeno secondo me – invettiva che il protagonista fa, passando in rassegna con una rabbia molto spikelee tutte le razze che affollano NY: compatimento e male minore…)

Ma questi son problemi miei, dopotutto… si diceva di Mystic River, no? Fotografia splendida, con la scelta di rimanere su colori assai scuri (all’inizio danno quasi noia, e si vorrebbe avere per le mani un telecomando – contrasto, luminosità, ecc), una certa grandezza, e, certo, alcune lungaggini che forse potevano esser tagliate: prima fra tutte la gratuita (e che cazzo c’entrava? Fellini? Come la si giustifica?) parata conclusiva (chiaro, facendo rimanere ASSOLUTAMENTE la scena finale, in camera, fra Sean Penn e la moglie, che è qualcosa che da sola basterebbe a rialzare qualsiasi film – come non lo so… ma che cazzo, il regista sono io?), ma tutto sommato, e in attesa di “Piano Blues”, beh… questo è tutt’altro che un pessimo assaggio! Perché, già… Clint Eastwood, oltre ad essere il Texano dagli occhi di ghiaccio, il senatore, politico in generale, ecc, è anche un musicista (tra l’altro, qui, firma la colonna sonora), e col prossimo (spero esca presto: forse, fratelli Coen a parte, è il film che aspetto di più, ultimamente) film renderà omaggio alla musica con cui è cresciuto. Ricordando magari Bird. No, tanto per dire...

Visto? non mi sono dilungato mica tanto...

postato da: Paperogonfio alle ore 10:49 | link | commenti
categorie: dottor merda - cinema
venerdì, ottobre 24, 2003

Cavalli che si urtano e cadono in curva, e poi non si sa mai di chi è la colpa? Difficoltà a riconoscere un Bajo da un Sauro, o addirittura un Lipizzano da un Trottatore Francese, o - perché no? - un Gàttide da un Batrace, cosicché poi finite per vederli tutti di malocchio?

Basta con gli atti poco amichevoli e/o di malcelata ostilità nei confronti di questi quadrupedi (con rispetto parlando - vostra madre quadrupede)! Da quest’anno, il Palio di Siena, facciamolo correre ai Fantini!

Per rendere più eccitante la competizione, ecco la novità rivoluzionaria (proposta nientemeno che da un pool di esperti, di nomina Governativa, anzi no: regia):

.

CORSA CON LA MATITA NEL CULO!

 

Vince il fantino che riesce a fare il maggior numero di metri (o chilometri, per i veterani) in questa particolare condizione. Premiato anche lo stile di corsa. Riconoscimenti anche a chi s'incazza di più, per farlo calmare.

postato da: Paperogonfio alle ore 11:44 | link | commenti (6)
categorie: annunzi et notizie - inutilismi
giovedì, ottobre 23, 2003

Intolerable Cruelty, di Joel & Ethan Coen

Ma cosa cazzo scrive la sig.ra Irene Bignardi (parente di Daria? Ah caste, caste…) sul Venerdì di Repubblica? Fa un articolo di 3 colonne – dico, 3 colonne – per raccontarci qualcosa sul nuovo film dei fratelli Coen, e si arriva alla fine e del nuovo film dei fratelli Coen non si sa un cazzo! Ci parla di George Clooney, e ci dice qualcosa come “il bel George Clooney, che tanto giuggiolone non è, nonostante sia così bono…” (brrr… femminilità distorta e zeppata bene nella scrittura – ma perché non se ne liberano mai o quasi, quando scrivono?); comincia a descrivere i fratelli Coen, e tutto ciò che sa dircene è che loro “sono attraenti in maniera diversa. [… ] Tutti e due belli alla loro maniera strana” (o mio dio, ancora! – O forse stavolta siamo sconfinati nella frenologia?); ci racconta la storia del copione del film (interessantissimo!) per poi finire a parlare del loro prossimo lavoro, che avrà come protagonista nientemeno che Tom Hanks. Alla fine restano solo poche righe, peraltro confuse ma inutili (ci mette dentro il “contorno di cagnetti, Simon & Garfunkel, istruzioni su come vivere senza intestini, macchinette antiasma”!), dedicate a quel che ci si aspetterebbe. Certo, non siamo ai livelli di Eyes Wide Shut, presentato dalle nostre stampa e TV come un “porno d’autore” (non si sa nemmeno bene perché, poi; e al limite tutto quello che può venir da pensare, stavolta come allora, è: ma almeno, il film, l’avete visto?), ma comunque, è divertente lo stesso.

Forse, sarebbe bastato dire che Intolerable Cruelty è la prova che la commedia NON deve essere per forza stupida; che gli equivoci su cui PUÒ (e non è detto che lo sia) essere giocata NON debbano essere per forza stupidi, che l’insieme delle cose, dialoghi attori colpi di scena compresi, NON abbiano da essere sempre scontati e STUPIDI.

E poi, e poi… che altro? Siamo secondo me un po’ al di sotto dello standard, e Il film è “puro Coen” solo a tratti. Spesso non ci riesce: ad esempio, in alcuni personaggi (l’investigatore di colore che “incastra alla grande” i malcapitati, per il quale si ha l’impressione proprio di qualcosa di non riuscito, di qualcosa che non raggiunge il paradossale pazzesco ); nel – per quanto sia ridicolo dirlo così – finale (un lieto fine, coi due che si amano beati, non è quanto ci sia da aspettarsi dai fratelli Coen: si veda la fine di Arizona Junior, al proposito – in questo caso, chessò… un salto temporale di un anno, e poi rivedere i due protagonisti in un’aula di tribunale, per un divorzio da comuni mortali, per effettive e vere e sentite incomprensioni di coppia sarebbe stato il beffardo che ci manca!); in certi momenti del dialogo (che a volte dà l’impressione di un certo stagnare, riuscendo solo a tratti ritrovare la brillantezza assurda del Grande Lebowsky o Fratello dove sei?).

“Puro Coen”, invece – e ci si ride, come in altre occasioni – per il pastore scozzese che sposa i due a Las Vegas (con tanto di Simon & Garfunkel alla cornamusa), per il prete suonatore di chitarra, per lo splendido Billy Bob Thornton che “ama A BESTIA” la sua bella, per l’associato dell’avvocato Miles-Clooney che frigna al solo sentir odore di matrimoni (ed è un avvocato divorzista).

C’è poco da dire, in fondo: abituati ad una curiosa alternanza serio/comico (ovviamente sempre in uno stile tutto particolare, che non si può, penso, non definire “stile Coen” – questo per notare anche come i due siano sempre perfetti in ogni genere che toccano, dal noir, al picaresco, all’affresco sociale: nell’ordine, Arizona Junior, Miller’s Crossing, Barton Fink, Mister Hula Hoop, Fargo, Il grande Lebowski – loro capolavoro, secondo me, perfetto punto d’incontro tra il serio e il comico, in 100% “Stile Coen” – Fratello Dove sei, e L’uomo che non c’era – il tutto senza dimenticare i racconti del solo Ethan Coen, raccolti, almeno per l’Italia, sotto il titolo de I cancelli dell’Eden, e il cui primo sembra soltanto chiedere una trasposizione cinematografica!), giusto seguito del cupo e splendido Uomo che non c’era è questa commediola divertente e tutto sommato tesa, la cui pecca maggiore (ancora una volta, secondo me!), è allentare un po’ troppo la morsa di cinismo & paradosso nel finale.

Il tutto, con tanti saluti alla sig.ra Bignardi.

Per la cronaca, sempre sullo stesso numero del Venerdì, c’è pure un delirante pezzo di Enrico Ghezzi sul nuovo film di Quentin Tarantino, un articolo pienissimo di nomi, citazioni, riferimenti “alti”, termini difficili, ecc ecc, come ogni buon intellettuale deve fare, d’altra parte, anche per far sì che il solco tra lui e il resto del mondo indegno & stupido & vuoto sia sempre più profondo.

Ma chi gli dà IL DIRITTO di parlare così, a quello? Lui è il suo “spostamento bunueliano estremo”?

Ma cosa sta dicendo? Ma come cazzo parla? (Schiaffo) Le parole sono importanti! (ci si ricorderà, spero...)

postato da: Paperogonfio alle ore 16:50 | link | commenti
categorie: dottor merda - cinema
mercoledì, ottobre 22, 2003

Belli e divi del pallone: un binomio inscindibile. Se ne è avuta ulteriore dimostrazione l’altra notte al Twiga. La festa di compleanno di Davide Lippi – figlio dell’allenatore della Juventus e procuratore sportivo della Gea di Moggi – è servita ad ufficializzare la storia tra Davide e la bellissima Antonella Mosetti, showgirl del pomeriggio di Casa Raiuno. Gli specialisti del gossip parlavano di questo flirt da tempo e Davide e Antonella si sono concessi ai fotografi con tenere effusioni. Quella tra loro è una storia vera e non un’infatuazione estiva.

A festeggiarli insieme a Paolo Brosio, anche gli altri ospiti conosciuti al grande pubblico. Come Fedro del Grande Fratello che è stato inseguito dai cacciatori di autografi e Valentina Pace, amica di Antonella Mosetti fin dai tempi delle esperienze di Non è la Rai con Gianni Boncompagni nelle vesti di pigmalione.

Dopo il classico taglio della torta e un mini spettacolo pirotecnico via alle danze più sfrenate.

E per Antonella Mosetti, che in Versilia non c’era mai venuta prima d’ora, una vacanza che ricorderà a lungo.

postato da: Paperogonfio alle ore 12:01 | link | commenti
categorie: lbg - la bella gente
martedì, ottobre 21, 2003

SCOPRE INCREDIBILE SOMIGLIANZA E VINCE UN VIAGGIO PREMIO – “Cosa da Pazzi! Ho scoperto che un parente mio, lo zio – bis-zio, è fratello da parte di nonna mia – da giovane era sputato a Sean Penn. Cavolo. Toh, son cose dure, queste! Nelle foto c’ha sempre il ciuffo all'indietro, e fin lì ok, che volete dotto’, la moda… ma la faccia… di faccia… È LUI, sputato!” Così, con queste parole, il rag. Semerario Carlantonio, di anni 37, segno dell’ombrello a pressione (ascendente Parrucchiere), si è presentato, visibilmente scosso, nell’ufficio della Magistratura Ordinaria di Reginaldo, il suo paese natio presso il ridente Monte Merda (43 mt sotto il livello del mare – specialità DigheFynte). Qui, gli è stato detto di levarsi veloce dai coglioni, che loro son lì per lavorare, e che il posto per far simili denunce è la locale Questura, (sita in Via Complicazioni Emboliche, 45). Recatocisi immantinente, il Semerario ha così potuto sporgere la sua denuncia, che stavolta ha avuto il giusto effetto: immediatamente partito il mandato di cattura, lo zio del Semerario è stato tosto tradotto in carcere dove, a seguito delle percosse subite durante il normale interrogatorio conseguente il fermo, ha perduto un dente (però da latte), l’uso del monocolo, e ovviamente anche 3-0 a tavolino, per somiglianza non regolamentare verso terzi. Il comandante della sezione, maresciallo-capo Lo Senti Gianmaria, si è quindi complimentato con il Semerario per il suo alto senso cyvico, conferendogli la medaglia al valor civile & matematico. Una agenzia di viaggi di lì vicino, ammirata, gli ha offerto inoltre un viaggio premio, per due persone (pare che il Semerario porti con sé proprio lo sciagurato zio), in Buthanga, nella zona dello Swetziland, la magica terra dove tutti s’inculano, urlando.

“Son molto felice” ha dichiarato, dopo, il Semerario “era ora che qualcuno lo facesse smettere, a mio zio. Ora a Sean Penn gli si può dire che è salvo, seddiovuole”

postato da: Paperogonfio alle ore 16:22 | link | commenti (1)
categorie: annunzi et notizie - inutilismi
lunedì, ottobre 20, 2003

Mio dio...

Non basta un colpo di fortuna per trovare marito. Parola di Rachel Greenwald, che negli Stati Uniti ha appena pubblicato un manuale per aiutare le single ad accasarsi. "A 35 anni la fortuna ha bisogno di un incoraggiamento”. Sentimentale? No, la Greenwald si basa sulle tecniche di marketing di Harvard. Da qui il titolo “Find a husband after 35 using what I learned in Harvard Business School ”. Noi l’abbiamo incontrata. [Ecco, dico... ma far qualcos'altro? non era meglio?]

Come è nata l’idea di questo manuale?

Cinque anni fa facevo la consulente di marketing. Ero amica di una donna molto in gamba di 41 anni. Non riusciva a trovare un uomo. Incominciai a darle consigli e presto capii che ciò che dicevo a lei di sera al telefono era ciò che proponevo ai miei clienti di giorno parlando di marketing: branding, packaging e pubblicità. I miei suggerimenti ebbero successo, iniziò un passaparola fra amiche. E allora ho lanciato un “dating coaching business” [vai, eccoci! o sentiamo che sarà mai, questo parolone insulso...]

Prego?

È una tecnica per insegnare alle donne come trovare un partner nei luoghi e nei momenti giusti. Per esempio organizzare feste alle quali gli invitati sono scelti perché single o perché ne conoscono. [ecco, complimenti... meno male che l'hai studiato ad Harvard! Questo sì che è un feroce colpo di genio! Madonna, sono sinceramente ammirato! E ti pagano pure per queste illuminazioni, per questi click spitzeriani. Brava fia penca, sì!] Insegnavo anche a usare un gruppo di tre amici e tre amiche come consulenti, per capire per esempio come una single debba presentarsi a un incontro romantico. E lanciai un sito: www.findhusbandafter35.com

Cosa c’entra la harvard business school?

[Un cazzo, verrebbe da dire... ma sentiamo che risponde questa lobotomizzata totale] A Harvard non si ricorre a libri di testo. Si analizzano casi veri e ci si domanda che cosa abbia funzionato e cosa può essere applicato ad altri casi. Lì ho imparato un modo di pensare [E studiare nulla, eh?]. I docenti ad Harvard ti chiedono qual è il tuo piano d’azione. Analizzando le mie clienti mi sono chiesta: “come ha utilizzato questa donna i miei consigli per sposarsi?” il denominatore comune erano cinque passi iniziali

Quali sono?

Il primo è definire la priorità strategica, cioè domandarsi se trovare marito è veramente il nostro obiettivo. Passo n. 2: designare una persona che ti faccia da consigliere. N. 3: “Packaging”, cioè studiare la presentazione del prodotto (se stessi): l’aspetto, la voce, il modo di sedersi, camminare o guardare. N. 4: allargamento del mercato, cioè non restringere la ricerca di un partner a una cerchia limitata. N 5, il branding, cioè la definizione di un proprio marchio, quell’elemento di unicità che ci rende differenti da tutti gli altri. Senza questi step iniziali, i dieci successivi del mio programma non danno risultati. [Mio dio, sono annichilito...]

Ma il suo libro tratta le donne come merce e gli uomini come consumatori

Io uso il mondo del business come metafora di quello che accade nel mondo degli incontri sentimentali [Già, chissà se così avrai mai un'idea di cosa sia l'amore]. La verità è che negli USA dopo i 35 anni ci sono più donne nubili disponibili che uomini. In termini economici è un’equazione fatta di scarsa domanda e offerta eccessiva. Gli uomini sono gli acquirenti, le donne i venditori. [E la tu' mamma?]

In Italia “the program” uscirà ad aprile da Piemme, ma si rivolgerà alle donne di 30 anni anziché 35. perché?

Negli usa le donne sono concentrate sulla carriera. In Europa il movimento femminista si è mosso molto più lentamente e le donne hanno minori opportunità di lavoro. Così ce ne sono tante che già sui 30 sono alla ricerca affannosa di un marito. [Spiegazione più che logica. Ti fa una sega Cartesio, a te]

Lei suggerisce per questo di investire dal 10 al 20 per cento del reddito. Molto. Perché?

Un budget definito serve. Investire in un computer per esempio è essenziale: per incontrare possibili partner su Internet. [Cazzo, ma sei veramente il Leonardo da Vinci del XXI secolo]

E il colpo di fulmine dove lo mettiamo?

Bisogna prima trovarlo, un uomo. [Dio voglia tu trovi solo il fulmine, te]

La Paramount ha comprato i diritti per un film

Sarà una commedia che fonde storie di mie clienti. Sembra una storia americana, ma il problema delle single è universale [Non vedo l'ora... ovviamente me lo perderò, come "Il diario di Bridget Jones" e un sacco di altre stronzate snervanti]

Mio dio...

postato da: Paperogonfio alle ore 22:32 | link | commenti
categorie: le grandi interviste
domenica, ottobre 19, 2003

Quando uno parla di cose che non sa se ne dovrebbe perlomeno intendere, cioè, no di quella che non sa, sennò le sapeva, è ovvio, ma di altre, e quindi non dovrebbe parlare nemmeno, o appena accennarle di striscio, sennò ci fa le figure di merda, come PRESEMPIO ora.

(Federico Maria - Boria - Sardelli)

postato da: Paperogonfio alle ore 22:38 | link | commenti
categorie: ipa -imprescindibiliparolealtrui
sabato, ottobre 18, 2003

Elephant, di Gus Van Sant

Piccola premessa veloce: dunque, la visione del film ce l’ha sciupata il cassiere del multisala dove siamo andati a vederlo (che ora non nomino – il multisala non il cassiere, abbiate pazienza mi incasino sempre con l’intreccio dei complementi – per non far pubblicità, o anzi sì lo nomino tanto che me frega, era il Vis Pathé, di Campi Bisenzio per chi non lo sapesse), dal momento che ha pensato bene di incoraggiare i nostri dubbi dicendoci qualcosa tipo: “ehi, andate a vedere Elephant. Tutti quelli che l’hanno visto mi hanno detto che è BBBBEEEEEELLO!”. Al che abbiamo provato a rispondere, imbarazzati: “ok, ma noi volevamo un’altra stronzatona, tipo Terminatortre, hai presente…”; “stronzata? Io sono qui che aspetto a gloria il 4, e voi mi dite che è una stronzata?”. Ok, comunque sia poi erano pronti i nostri biglietti, e abbiamo chiuso lì la conversazione. Che andasse per Elephant, COME ON!

E allora, in ordine sparso: Scoprendo Forrester; Cowgirl, Il nuovo Sesso; Will Hunting – Genio Ribelle (e sospendiamo il giudizio su Psycho, che tutto sommato può anche andare, forse). È solo l’elenco dei film firmati dal nostro Gastone, fin qui. E basterebbe quello. Ma invece, poiché siamo buoni, si continua. In fondo, Elephant è una cosa diversa; tutto sommato non così BBBBBBEEEEELLO come si potrebbe pensare, ma ovviamente altro rispetto ai precedenti.

Positività del film: dura poco, e poi puoi divertirti a guardare le facce stranite degli altri spettatori. Cercando di evitare quelli che vanno lì perché loro sono intellettualoni, loro di qua loro di là, insomma. Li riconosci perché vestono alternativo. E discutono, discutono, discutono. Negatività: spesso si parla troppo “intellettualese”. Sennò non ci andrebbero i suddetti, è anche chiaro. E la pesantezza del film-documento si fa sentire, anche se non ai livelli di quelli mediorientali o italiani o indiani.

Ma soprattutto: il film comincia, e la telecamera inquadra il cielo, fissa, ferma, immobile. Un palo della luce, qualche nuvola, la musica di Beethoven sotto (Chiaro di luna, primo movimento – famossissimo, si vuol fare tanto gli intelligentoni e poi c’è un pezzo così… così… abusato? Ok, il suo effetto lo fa sempre, però perché no allora i Trois Gymnopedies di Erik Satie? O altro?). La cosa si ripete altre due volte nel corso del film. Più o meno a metà, e alla fine, così tanto per gradire. È lecito (più che lecito, insomma) chiedersi: “ma che cazzo vuoi, GusVanSant? Si ok, tussei proprio bravino… aaah ma quanto sono ammirato; questa sì che è arte! Ma te l’ha suggerito Diane Keaton? No, visto che produce…

Drammatizzazione di un evento accaduto realmente, come tutti sanno, Elephant è interessante nella realizzazione tecnica: la telecamera ferma sul campo di gioco, con gli studenti che entrano ed escono dal campo visivo giocando a football, o correndo; la ragazza bruttina che rientrando negli spogliatoi sente le voci maligne delle compagne che la prendono in giro; i lunghi piani-sequenza che seguono gli allievi per i corridoi (anche se in questo caso si può dire che il troppo stroppia, caro il mio Gus Van Sant); il tempo che torna indietro, seguendo ogni volta la giornata di uno dei protagonisti (idem come sopra, però, alla lunga).

Quantomeno, è un modo molto originale di raccontare una storia. Quasi affascinante, se si evitano certi eccessi, il cui esempio lampante è certo il cielo inquadrato fisso senza una ragione ben precisa, gratuito. Altra cosa è che forse si manca un po’ in coerenza: i personaggi ci vengono presentati in sequenza, introdotti sempre dal nome del ragazzo in questione. Come fossero una serie di brevi episodi. La macchina da presa, ovviamente, li segue ogni volta, incrociandoli con gli altri quando le strade dei singoli personaggi si incontrano. Niente ci viene risparmiato, insomma: per quattro volte, ad esempio, da quattro punti di vista diversi assistiamo all’incontro del fotografo e del biondino (a proposito… ma perché lui non viene fatto fuori? Proprio LUI??? Cazzo, ci saremmo risparmiati un futuro membro di boy-band, quello biondino e tenero, target per le teenager diligenti a scuola!) nel corridoio, a seconda che la scena sia vissuta dall’uno, dall’altro, dalla ragazza bruttina e ancora. Tutto questo può essere bello, ma come dicevo, pare mancare un po’ di organicità: perché, così per dirne una, viene presentata con tanto di titolo e storia seguita passo passo, la ragazza bruttina e presa in giro, e non le tre amiche? Perché il fotografo sì, e la coppietta di ragazzi no? Eppure, i primi non hanno affatto qualcosa in più rispetto ai secondi, nessuna funzione particolare. Se ne presenta solo qualcuno, a caso. Ed è chiaro quindi che il gioco perde di significato. Che i due assassini non siano presentati per ultimi, come gran finale pirotecnico, si può anche accettare: magari si vuol far notare come questi siano “due fra mille”, classici adolescenti che non escono dalla media, al di sopra di ogni preventivo sospetto e così via, ma perché tutto il resto? O si presentano tutte le figure principali, o nessuna. Sarebbe venuto un film troppo lungo?

Un po’ semplicistico inoltre il fatto che i due siano degli sfigati ed inetti Nerds, presi selvaggiamente per il culo da un po’ tutta la classe e istituto, capaci poi di trasformarsi in due perfetti Commandos e di concepire un piano diabolico come quello. E che infine (particolare immancabile!) si riducano a far finocchierie nella doccia perché le ragazze vuoi mica che li considerino, due coglioni così? “Io non ho ancora baciato nessuno…”, e giù verga.

Bello (e purtroppo realistico – e giusto tutto sommato che non ci sia nessuna critica, perché l’occhio della telecamera qui ha da riprendere e basta, non da giudicare) il chiacchiericcio tra le tre amiche alla mensa (anche se pare evidente lo “strappo” temporale, tra il momento in cui si siedono al tavolo e quello in cui si alzano: sono passati solo un paio di minuti!), concluso da una capatina in bagno a vomitare, da brave adolescenti anoressiche. E soprattutto, perfetta l'esecuzione dilettantistica di Per Elisa prima e del Chiaro di luna poi, del Rambo #1, tutta giocata non sulle stecche, ma su tanto pedale, sulla mano sinistra pesante, su rallentamenti dovuti alla difficoltà, sulla mancanza di mezzi-toni, ecc. Perfetto, lì, come doveva essere: esattamente come l'avrebbe suonata un dilettante scarso. Un particolare degno di Kubrick.

Ma la figura finale, quella che beh si insomma ci voleva se ne sentiva proprio il bisogno, è il ragazzo di colore che passa qua e là, vestito da stella del basket NBA. Questo (possibile, ma probabilissimo) Allen Iverson dei poveri, non dice mai nulla; appare come un messia per i corridoi rimbombanti di esplosioni e di panico studentesco e cammina piano, guardandosi intorno silenzioso, come in trance. Aiuta, da buon santone, una ragazza a fuggire dalla finestra, prendendola dolcemente per mano, e poi che fa? Non esce anche lui – sa una sega cosa succede, il cretino – ma continua a camminare assente per i corridoi, finché si imbatte nel Rambo #2, il quale sta gambizzando il preside. Cerca di fare finta di nulla, ma l’altro lo vede e gli spara. Il commento che gli riserva poi è: “che stronzo!”. Ha ragione anche lui, insomma… (a proposito, la lezione di gruppo che si teneva nell’aula lì vicino era qualcosa del tipo “Come si riconosce un frocio rispetto alla media? Dalla camminata?” – logico che i due John Rambo, lì, si siano incazzati!)

Ok, ma tutto sommato è un film che si può anche vedere, in fondo dura 80 minuti e, ripeto, il montaggio, la fotografia, l’atmosfera, non sono male. Ma togliamo quel cazzo di inquadratura sul cielo, perdio! Spocchia, spocchia, spocchia…

postato da: Paperogonfio alle ore 20:18 | link | commenti
categorie: dottor merda - cinema
venerdì, ottobre 17, 2003

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postato da: Paperogonfio alle ore 12:04 | link | commenti
categorie: annunzi et notizie - inutilismi
giovedì, ottobre 16, 2003

E ora… una approfondita e serena disamina del (sul) cinema italiano. Che è bello bello bello. Sia chiaro fin d’ora che questo non è un contraddittorio o un dibattito; in altre parole, insomma, a me non me ne frega un cazzo delle Vs. opinioni, modi di vedere le cose, ecc. ecc. Se volete esprimere i Vs. interessantissimi e dottissimi pareri sull’argomento, prego infestate altri posti. D’altra parte, sono affari miei?

Dunque, torniamo a noi: il cinema italiano fa cacare. Ma assolutamente, dalla A alla Z. Via, siamo buoni, dalla A alla U. Certo, non da sempre, ci mancherebbe altro, però da molti anni a questa parte è indubbio. Ecco di seguito i temi solitamente trattati dal nostro meraviglioso cinema.

1) Film basato sui ricordi di giovinezza. Protagonista bambino, o giù di lì. Rigorosamente ambientato nel “profondo passionale e genuino” (discreto stereotipo, tipo Romani = scioperati / Milanesi = lavoratori) sud.  

2) Variazione del punto precedente. Al posto del bambino c’è un adolescente, e se non si rimane nel profondo sud, ma deve assolutamente essere la provincia a farla da padrone. 

3) Film di denuncia, solitamente una ventina di anni dopo l’evento. Interessante, tra l’altro, caso di cinema militante a posteriori. (da Il muro di gomma a Vajont, arrivando fino a Ilaria Alpi e Buongiorno notte)

4) Squallida storia di vita e amore metropolitano, sempre immergendosi nel fantastico e variopinto mondo delle borgate. E il drammone è sempre dietro l’angolo (evito perfino di far nomi, qui)

Inoltre, e soprattutto, ci dev’essere una qualche misteriosa e sottaciuta legge per cui quasi ogni film italiano deve partire, far riferimento, citare, parlare in qualche modo insomma, del fascismo, specie nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale, con il definitivo avvicinamento di Mussolini alla politica di Hitler (insistendo soprattutto sulla deportazione degli ebrei, e indirettamente sulle leggi razziali). Che sia un semplice flashback, la base dell’intero film, il ricordo di un parente che non compare del protagonista, la cosa è d’obbligo. Insomma, in Italia non c’è stato altro.

Tutto questo, o singolo, o variamente intrecciato, sullo sfondo di un generico pazzesco provincialismo, un fiato corto che mette una tristezza infinita. Anche da un punto di vista strettamente tecnico (ma su questo non posso dir molto, quindi mi limiterò ad accennare e basta), tutto è sempre viziato da un non so che di dilettantesco pauroso. Comunque, e in sintesi, una incommensurabile ristrettezza di orizzonti.

(La stessa cosa succede nella letteratura. Tiro fuori solo un po’ di nomi: Enrico Brizzi, Andrea de Carlo, Margaret Mazzantini, Dacia Maraini, Sandro Veronesi. Ok, non ho citato i migliori? Bene, ci sto. Del resto, nemmeno nella controparte adesso cito i migliori: Dave Eggers, George Saunders, Amanda Homes, David Foster Wallace. Volendo, tiriamo fuori i migliori, da entrambe le parti: Philip Roth e Claudio Magris, Don de Lillo e Antonio Tabucchi, Citati e Updike, ecc ecc. Si noterà una cosa: il secondo gruppo è totalmente fatto da persone che vengono da lontano, il primo da giovani, o comunque esordienti. La differenza allora è che i tempi contemporanei, in Italia, producono quasi esclusivamente spazzatura, patetica banale e ripetitiva?).

Altra caratteristica simpatica, è che su un film italiano tutti ci devono mangiare; quindi ecco che la musica è firmata da un cantante, solitamente con una sua nuova hit da classifica (!) che almeno gli farà vendere un po’, di lì a poco. Così succede per il tanto acclamato La finestra di fronte (Giorgia – ah, a proposito: la scena serioso-drammatico-straziante del vecchio che consiglia a Giovanna Mezzogiorno di “seguire i propri sogni”, convincendola così a mollare il suo posto di capo reparto di una polleria a beneficio della sua grande passione di cucinare dolci, con tanto di pianto del marito quando ELLA glielo confessa, a notte fonda manco fosse un triplice adulterio orgiastico è di un grottesco e di un ridicolo da brividi. Complimenti! Ma davvero… non se ne accorge nessuno?); con l’eccezionale sequela di inverosimili banalità de L’ultimo bacio (Carmen Consoli – una delle poche figure, comunque, nel panorama, ad avere un certo temperamento artistico); con lo stucchevole ritratto di famigliola persa totalmente nel meraviglioso mondo dell’arte (complimenti anche lì!) di Ricordati di me (Elisa). E si potrebbe continuare. Quando invece la colonna sonora è affidata a un musicista vero, tocca a Nicola Piovani. Sempre. Ecco, se già siamo su un altro mondo (ce ne fosse!), nel caso c’è da notare che raramente non si riconosce la sua mano, nei suoi lavori . In senso mediamente negativo: sono tutte (più o meno) uguali!

Ogni regista inoltre (da buon “grande artista”) ha i suoi tic e le sue fissazioni: Ozpetek, quello degli omosessuali, tematica relativa ai quali infila da diritto e rovescio in tutti i suoi film; Bertolucci, quello del sesso torrido & selvaggio; Pieraccioni (già, c’è anche lui a fare i film… ma a voi fa veramente ridere), quella di raccontare storielle in cui lui è al centro dell’universo: tutte si innamorano di lui, che è sempre quello simpatico, scanzonato, ma non brutto, con la battuta pronta, sempre “il migliore”, il ragazzino più in vista, nel suo gruppo di amici della provincia di turno.

Che dire poi, quando il cinema italiano si tuffa nell’impegno sociale? Che dire dei melodrammoni strappalacrime e nauseanti che ne vengono fuori? Qui ci si è invischiato pesantemente anche Nanni Moretti, il cui ultimo tanto strombazzato film, La stanza del figlio, è una “cagata pazzesca” di fantozziana memoria. Checché ne possano dire i più, è qualcosa di osceno, una fiction tv e poco più: dopo 10 minuti di film, personalmente ero lì ad augurare qualcosa di brutto a quella famigliola stucchevole, che più che in un film (di Moretti poi! Ce n’era di che essere increduli!) sarebbe stata bene in uno spot del Mulino Bianco: ESSI fanno colazione tutti insieme, seduti ad un tavolo; ESSI conversano amabilmente di questo e quest’altro argomento; ESSI vivono in perfetta ed equilibratissima armonia, col padre che sporziona per tutti la cena e i figli che sono dei veri e propri tesori – insomma una bella famigliola di plastica, senza contare l’inadeguatezza assoluta della recitazione di Moretti (che comunque anche da padre di buona famiglia intellettual-borghese ripropone – è in grado di far diversamente? Doveva proprio far diversamente? – il Michele Apicella delle altre volte) per un ruolo come quello (certo, ci sono anche cose decenti, ma il fatto resta quasi marginale!).

E poi, tanto per chiudere in bellezza, il Cinema Italiano è fatto di polemiche: quelle che scatena un qualsiasi regista con la sua ultima opera scandalo, e ancor di più quelle che arrivano puntuali quando una qualche giuria non lo caga. Allora, ecco che si assiste alla levata di scudi dell’associazione tutta: “il Cinema Italiano” (preso tutto insieme, cosa curiosa questa – direbbe cose interessanti Flaiano, sulla mediocrità “confortata da altre mediocrità, a far numero, lega, sindacato”), non deve essere sempre così bistrattato, è un vero complotto, e la Rai giura che non produrra più film, ecc ecc. Al proposito, si noti come si adora farle alla mostra del Cinema di Venezia, queste polemiche, perché lì – si sa – si gioca in casa, e quindi bisognerebbe che ci fosse più rispetto, eccheccazzo.

Dimentico qualcosa? beh, non ho detto nulla della cittadella chiusa ed elitaria, nepotistica perfino, che si va a formare, nel “mondo” Cinema Italiano; niente dei veri e propri piccoli regni di questo o quel ras (già, un termine fascista… e non a caso!). Fino a qualche mese fa eravamo sotto il giogo di Stefano Accorsi. Pensate un po’ voi… quello che faceva la pubblicità al Maxibon.

 

 

Ma andate in culo, andate…

postato da: Paperogonfio alle ore 15:41 | link | commenti (2)
categorie: dottor merda - cinema
mercoledì, ottobre 15, 2003

Ok, quest’oggi parliamo di DIRIGENTI. Allora, anzitutto: se ci fosse qualche dirigente che legge (tanto, avrete un cazzo da fare?) è pregato di andare a stroncarselo nel culo, lui e tutte quante le sue belle cose.

Ecco come funziona, di solito: un dirigente che è sopra di te (ah, gerarchia!), ti affibbia un compito. Un compito qualsiasi, non ha importanza adesso quale; ti dice: “fammi questo, consegnamelo entro domani” (già, oltretutto nessun dirigente ti dirà mai “fammelo avere entro quindici giorni o un mese”, di solito si parla sempre di domani, due giorni o al massimo quattro, e spesso la parola ENTRO è sostituita con DEADLINE). Nota, non ti dice nient’altro; è come se ti lasciasse la classica carta bianca. Tu, bene o male (nel mio caso male – ne faccio un’orgogliosa ragione di vita nel fare le cose male, dalla persona di merda quale sono), esegui e gli porti il tutto.

Adesso, lui/lei (fate un po’ voi) dirà:

no, questa cosa non va bene, così!

Basta. Tu ti chiedi: e allora come? E siccome poi aggiunge che puoi rifargliela avere entro altri due o tre giorni, magari ti chiedi pure come sia possibile che sia spuntata una nuova DEADLINE che come per miracolo va a sostituire/rimpiazzare quella vecchia, fino ad allora assoluto limite invalicabile oltre il quale si aprivano le desolanti porte dell’out of time.

Comunque, riesci a spillare a fatica qualche piccola indicazione, e ricominci.

Ti ripresenti, dopo quei giorni. Egli/Ella nota:

si, ok… io però lo farei così, così e così…

buono, pensi, ma non poteva dirlo prima? Segui i consigli, quindi, e riconsegni poi il tutto (ovviamente la minacciosa deadline è slittata di nuovo, senza apparenti tragedie).

No, però così non mi sembra granché… questo non va bene… devi aggiungere questo! E poi, togliere quest’altro? Forse, così…

altri simpatici suggerimenti. Però stavolta le date scottano magari (ti dice); c’è da muoversi.

Nel frattempo il/la dirigente, dal suo scranno dorato, continua a impartire ordini a tanti altri oltre a te. Qualcosa va bene, qualcosa va male, e tu sei sempre in quello che va male, perché dopo un’altra volta ti dice che preferisce “orientarsi su qualcosa di diverso”. O meglio, in quei casi NON te lo dice. Te lo fa dire. Con la scusa che è impegnato/a, le castagne dal fuoco gliele leva sempre qualcun altro. Forse DIRIGENTE è sinonimo di INETTO. O di qualcuno insomma che gioca al buon vecchio scarica-barile, e si diverte a criticare il lavoro altrui dopo che è stato fatto, assolutamente SENZA proporre idee e/o alternative. Ovvio.

Ma sinceramente, a te di tutto questo ti importa anche un cazzo: in fin dei conti il lavoro è solo un’attività che ti permette di portare a casa quei soldi necessari a mangiare, ecc ecc, quindi se fatto bene, apprezzato accettato o meno, la cosa ti tange fino a un certo punto. È bello solo notare che il/elle:

1) Si ammanta di responsabilità che finge soltanto di avere;

2) Parla un linguaggio incomprensibile ai più;

3) Vive in un mondo tutto suo, fatto solo di pretese verso gli altri e rivalità di lavoro;

4) Non fa un cazzo, perché tutti i suoi compiti li affibbia ad altri;

5) …Salvo poi criticarli quando questi glieli riportano come non erano scritti e svolti nella sua testa (c’erano?);

6) Si prende meriti che non ha, e lascia al prossimo i demeriti.

7) Fa cene di lavoro, prendendosi così profondamente sul serio.  

.

.

Yeah, tutto questo gente. È un dirigente. E la gente lo considera. Ed è pagato pure tanto.  

postato da: Paperogonfio alle ore 10:45 | link | commenti
categorie: lavora che ti nobilita
martedì, ottobre 14, 2003

Inauguriamo oggi, per la gioja di un po' tutti ma soprattutto la mia e quella della mia mamma, una spumeggiante & simpatica rubricona. La rubricona avrà cadenza arbitraria, e parlerà, volta volta, di argomenti sempre diversi. In altre parole, scriverò quando cazzo mi pare, e di cosa cazzo mi pare. Su dai, partecipa anche tu NUMEROSO!

Anything Else, di Woody Allen.

Beh, dunque… Woody Allen ci abituato almeno da un po’ di annetti ormai, al “filmino”; vale a dire a quell’oretta e mezzo (religiosamente… è difficile anche che sfori) simpatica e ammiccante che tutt’al più ti può far uscire dal cinema con una piccola puntina di malinconia dentro di te. Certo, dentro di te, laddove intorno invece avrai sempre persone che maledicono il momento per cui sono entrate a vedere quel film, che tanto le ha fatte dormire e poco le ha fatte ridere, anzi quasi mai. Sentono dire che Woody Allen è un comico e vogliono ridere – hanno ragione anche loro, d’altra parte. Solitamente, il film che segue questo loro grosso dispiacere è American pie 3 o anche How to lose a guy in 10 days, o un bel filmino con Marisa Tomei (escluso, mi pare chiaro, My cousin Vinnie che è fantastico) o Scary Movie o che so io. È quasi più bello vedere la gente (ultimamente ci ho sempre accanto belle fiche – ovviamente non con me, ahimè – che dopo un po’ danno, tra un’occhiata al cellulare e l’altra – già, perché lo lasciano acceso, IL CEL, senza suoneria! – pesanti cenni d’insofferenza all’amica, solitamente brutta, con cui sono venute) al cinema che si dimena o che si dice “madonna ma che film è questo?”, o si fa i sorrisini l’un l’altro come a dire “ma te ci capisci un cazzo?”, e poi però non va via perché ha pagato e quando si paga si consuma, e te lì accanto già te la immagini il giorno dopo al lavoro a dire a tutti “ieri sera ho visto un film che… mah, io non lo so mica come fa a vederli, la gente… madonna, era qualcosa di incredibile. Ogni tanto ci si guardava, io e la vale… mah…” – dicevo, è quasi più bello questo che il film.

Ma cazzo, io divago, ed ero qui invece che dovevo dire del film di Woody Allen. Ok, dunque: Christina Ricci ha una fronte veramente ENORME! MA SI PUÒ AVERE UNA FRONTE COSÌ LARGA? Gesù, saranno 10-11 cm di fronte in altezza, e perlomeno 24-25 in lunghezza. Ma veramente... questo, ciò che colpisce del film: ok, poi lei è sensuale, anche, versione Village (=universitaria) della Dea dell’amore Mira Sorvino di qualche tempo fa; la storia è come al solito ben condotta (anche se forse… non si arrotola un po’ su se stessa, con tutti quegli stacchi narrativi di Jason Biggs? Voglio dire, pare che all’inizio sia lui che ci racconta una storia, e poi di tanto in tanto torna, ed esce dalla narrazione, e allora ci si perde un po’, a dire il vero, perché poi in conclusione il film finisce nel presente, e ci resta quasi il dubbio, quasi fosse una cornice non chiusa); Woody Allen fa il woodyallen, e Jason Biggs fa il woodyallen (davvero, qualsiasi attore che sia passato da protagonista in un film di Woody Allen, non ha fatto altro che riprodurre in tutto e per tutto il suo regista: gesticolare come lui, parlare come lui, muoversi come lui. Non si scappa: unica eccezione, il John Cusak di Pallottole su Broadway, che degli ultimi film, penso, è il migliore).

Beh, insomma, dicevo, c’è anche tutto questo, e tutto sommato, come sempre, è piacevole, se uno non si mette a confrontare Manhattan (tanto per dire uno), col presente, o Ombre e Nebbia con Celebrity o Io e Annie con La maledizione dello scorpione di giada. Ma soprattutto c’è la FRONTE ENORME di Christina Ricci. Per smetterla di farci caso ci vogliono almeno quattro o cinque inquadrature, quattro o cinque inquadrature che la diluiscano nella di lei restante graziosità & conturbanza (che cazzo sto scrivendo?), che lascino campo a quello che il film è, facendolo scorrere, più o meno, in levità. Ma cos’è allora questo film? Beh, le possibilità sono due, in fondo: se, come dice un mio caro amico che magari avrebbe potuto pure scriverlo (e assai meglio) lui questo pezzo (ma, tanto per fare un esempio, tra me lui e un tavolo, quello con più spirito di iniziativa e voglia di fare e gioia di vivere è certo il tavolo), ci diciamo che la mediocrità è assai meno giustificabile e comprensibile da chi in precedenza ha fatto ottime cose, è un conto; se invece si accetta l’oretta e mezzo simpatica e ammiccante, non si fa caso quel che è stato (né alla dannosa ancorché incomprensibile ostinazione di voler scodellare nientemeno che un film all’anno); si prende il tutto per quel che è e ci diciamo che comunque è sempre meglio di Raimondo Vianello e di un sacco di altre cose, beh… allora… cos’è? “Mah, guardi… è come tutto il resto!”

postato da: Paperogonfio alle ore 16:05 | link | commenti
categorie: dottor merda - cinema
lunedì, ottobre 13, 2003

ISTRUZIONI PER L’USO:

“Copia questa e-mail in un nuovo messaggio, e cambia tutte le risposte con le tue. Poi spediscila ad un gruppo di persone che tu conosci, INCLUSA la persona che te l’ha mandata. Imparerai un sacco di piccole cose sui tuoi amici. Ricorda di rispedirla alla persona che te l’ha mandata..... (ok???)”

NOME E NUMERO PREFERITO:

Lorenzo, 3 (il giorno in cui sono nato e l’ora, tre del mattino – discreta rottura di cazzo per mia madre, d’accordo – ma d’altra parte se era per me io evitavo pure di nascere). Ma le due cose come si relazionano? No, così per sapere…

SOPRANNOME:

Diciamo Papero Gonfio Caduto Nelle Ortiche. Paperogonfio, per far prima.

CAPELLI:

Via via che passa il tempo sempre meno, cazzo! Però neri.

NUMERO DI SCARPE:

41, ma a seconda delle scarpe anche 42. Il casino sono i calzini, invece… perché, com’è come non è, li fanno sempre in una taglia unica che riunisce dal 40 al 43, sicché a volte ho il calcagno sul garretto, a volte invece mi arrivano a metà stinco. E quindi magari o mi si appallottolano o mi cascano… ed è piuttosto noiosa la cosa, insomma. Questi son problemi veri, mica i vostri (con tutto il rispetto…)

CON QUANTE PERSONE VIVI:

Con quante cazzo mi pare (toh, così… un po’ di privacy ogni tanto). Però ho un gatto.

CHE LIBRO STAI LEGGENDO ATTUALMENTE:

David F. Wallace, Verso Occidente l’impero segue il suo corso, ma al momento che leggerete la mail forse l’avrò già finito, e allora… cosa leggere dopo? Niente? K. Hamsun, Fame? Dalia Nera di Ellroy? De Lillo, Cosmopolis? Niente? Mah...

TUO TAPPETINO MOUSE:

Al momento, dove sono ora – in ufficio cioè – uno in tinta unita, blu, poiché qui pensano che i colori vivaci e/o i disegni screziati tendano a distrarre i sottoposti. Però a casa ne ho uno con Snoopy, ma è troppo piccolo e quando ci faccio i giochi tipo Wolfenstein o anche Unreal (insomma quelli lì), mi scivola sempre il mouse mezzo di fuori e rimango bloccato esattamente quel nanosecondo necessario a farmi fuori. E così m’inalbero e maledico il mouse, il tappetino, il computer e un po’ tutto quello che ho attorno.

IN MACCHINA COSA C’È APPESO AL RETROVISORE:

Un papero giallo, piuttosto gonfio. No, davvero, quello l’ho dietro, ed è un pupazzo, che ho comprato in profumeria. Io arrivai lì e chiesi alla commessa: “buongiorno volevo il papero, lì fuori, quello piccolo”. Lei mi guardò un po’ strano, poi lo prese e disse: “lo impacchetto? È per un regalo?” e io, contento matto: “no, no… è per me!”. Gesù. Sullo specchietto, mi pare ci sia un Arbre Magique al gusto cavedano & ciniglia. Quello al gusto di lampada alogena l’ho finito la settimana scorsa. Ah, a proposito, la macchina non è mia. E il papero me lo porto avanti e indietro ogni volta che me la prestano.

CANE O GATTO?

Assolutamente Gatto, il cane sbava e soprattutto abbaja. Va bene però anche l’Argali arrazzato del Caucaso (o – perché no? – anche del Pamir), e/o il Bradipo Inutile ma Smanioso dell’Amazzonia inferiore.

ODORE PREFERITO:

Ovviamente, quando sotto casa vostra arriva il camion degli spurghi. Certo, l’odore in questione rivaleggia con quello del caffè tostato, però tutto sommato vince, forse.

CANZONE PREFERITA:

Il silenzio. Assolutamente. Non quello di Ninì Rosso, eh? Il silenzio in senso lato.

TI PIACE CUCINARE:

Sì, però se devo fare due uova al tegamino, spesso uno dei due mi si brucia.

UN OGGETTO A CUI SEI PARTICOLARMENTE LEGATO:

Non so decidermi fra tre: 1) il camion degli spurghi (vedi punto prec. “ODORE PREFERITO”); 2) la mia collezione di istantanee vestito da Capitan Uncino mentre abbraccio D.D. Eisenhower; 3) Tutto ciò che è paperiforme e giallo, meglio se gonfio, chiaramente.

SE VINCESSI UN MILIARDO:

Direi che sarebbe proprio una bella cosa.

LE 3 COSE PIÙ BELLE DELLA VITA:

Ittero, Varicocele e Prostata. (Giusto per non lasciare un pietoso spazio bianco, che forse sarebbe stato pure meglio).

LA PRIMA COSA CHE PENSI ALLA MATTINA QUANDO TI SVEGLI:  

Toh, mi sono svegliato anche stamani. Speravo di no, peccato.

MONTAGNE RUSSE:

Mi sento male anche solo a sedermici sotto, e guardare gli abnormi fessi che lo trovano divertente.

QUANTI SQUILLI DEL TELEFONO PRIMA DI RISPONDERE:

Il meno possibile. Odio il telefono, e in particolare quando squilla.

CIOCCOLATO O VANIGLIA:

Ho il diabete, sicché nessuno dei due sennò muojo.

SEGNO ZODIACALE:

Pellicano, ma ascendente Joystick. Come colore, invece mi ricordo che mi piaceva tanto il verde, da piccolo. Vuol dire qualcosa? (ah, già, non sono io che faccio le domande, qui…)

POTESSI SCEGLIERE UN LAVORO CHE TI PIACE, QUALE SAREBBE:

Nessuno, cazzo, vorrei starmene sul letto a fissare il soffitto bianco finché non muoio d’inedia.

SE TI POTESSI TINGERE I CAPELLI, CHE COLORE:

Perché? Non posso?

IL BICCHIERE E' MEZZO PIENO O MEZZO VUOTO:

Sempre, assolutamente, decisamente: Mezzo Vuoto. Vuoto per tre quarti. Vuoto del tutto. Secco da sempre. Mai conosciuto l’acqua.

SULLA TASTIERA, SCHIACCI I TASTI GIUSTI:

No, perché ci ho i diti troppo grossi e quindi ne pigio sempre due alla volta (anche adesso sto scrivendo con una bacchetta). Quello giusto più quello accanto, più o meno. Ed è un grosso dramma. Cioè, poniamo che voglia scrivere questa frase: “il totano t’ascolta tonteggiare” (giusto una frase come un’altra), ecco cosa mi avviene di scrivere:

iolòrtoptrasbniotr’0sasdcvioklrtastriobntriotrghghuiasrere”. E non è proprio la stessa cosa, ahimé!

SOTTO IL TUO LETTO:

Un altro letto, di quelli tipo divano letto, con il secondo lettino infilato sotto il primo, non si sa mai, metti che venga qualcuno a dormire. Certo sotto all’altro cosa? Un po’ di polvere? Un tesoro nascosto? Il pavimento?

SPORT PREFERITO DA GUARDARE:

Quelli estremi tipo mangiare una minestra di verdure con la forchetta, o anche soffiare tutto il proprio disappunto in una cannuccia tappata all’altra estremità, o infine cercare di farsi una bella collana di coriandoli, da indossare alle cene con l’ambasciatore.

CHI DEGLI AMICI SARÀ IL PRIMO A RISPONDERTI:  

E quello invece che per primo mi maledirà per avergli rotto i coglioni?

MARE O MONTAGNA:

Acquitrino, Palude e/o Brago.

IL TUO MIGLIOR PREGIO:

Alterigia, Invidia, Livore, Astio, Supponenza. L’essere, tutto sommato, una persona veramente di merda, meschina.

IL TUO PEGGIOR DIFETTO:

Non so… diciamo che si può scegliere a piacimento. Se poi, invero capziosamente, non mi si passa niente di quanto sopraelencato, ci sono anche quelli.

HAI PIÙ AMICI O AMICHE:

Io non ho amici. Comunuqe non lo so… vorrei solo avere tanti soldi.

QUANTI AMICI/CHE CONSIDERI REALMENTE TALI:

Odio quasi tutti quelli che conosco (ok, lo so, la frase non è mia, ma non ho resistito, che farci? Oh Barney, mio adorato Barney!)

LA FRASE PIÙ BELLA CHE CONOSCI:

Due: “Speriamo tu moja!” e “Con l’apino di macerie me ne parto per le ferie

SCRIVI UNA FRASE A CHI TI HA MANDATO QUESTA MAIL:

Due: “Con l’apino di macerie me ne parto per le ferie”, e soprattutto: “Speriamo tu moja!”

QUANTE PERSONE CREDI CHE TI RISPONDERANNO:

E chissà! Difficile che rispondono se non lo mando a nessuno…

CIAO A TUTTI/E E BUON DIVERTIMENTO

Ciao (ah già, qui non si doveva rispondere, ormai mi ero fatto prendere la mano…)

postato da: Paperogonfio alle ore 11:10 | link | commenti
categorie: ripostiglio
domenica, ottobre 12, 2003

SPETTACOLO SOTTO LE STELLE: LA CORSA DEI CAMERIERI — Si corre questa sera (tempo permettendo) il Memorial S.P., la celeberrima Corsa per Cameriere e Camerieri, giunta alla quarta edizione. Il via alle 22. Oltre cinquanta gli iscritti. Questa iniziativa, unica nel suo genere in Italia, che già nelle edizioni passate ha riscontrato notevole successo sia per il numero dei partecipanti che per il vasto pubblico lungo il percorso, ambisce a diventare una manifestazione a carattere nazionale.
I concorrenti, muniti del loro vassoio, di 3 bicchieri ballon da acqua e un cavatappi, dovranno ritrovarsi per la punzonatura, in corso Vittorio Emanuele 37 (di fronte all'agenzia di viaggi Raniero Beltruzzi), a partire dalle 20,30 fino alle 21,45 . Dopo la partenza i concorrenti giungeranno al piazzale del Gambrinus Café dove troveranno dei tavoli numerati, corrispondenti al proprio numero di pettorale, da cui ritireranno la bottiglia d'acqua da aggiungere ai bicchieri sul vassoio. Dopodichè ripartiranno per raggiungere piazza del Popolo, dove procederanno a stappare una bottiglia di vino avendo cura di riportare all'arrivo il tappo a conferma dell'avvenuta esecuzione. Infine, raggiungeranno l'arrivo, posto in corso Vittorio Emanuele con il vassoio dei bicchieri e della bottiglia dell'acqua.

postato da: Paperogonfio alle ore 21:23 | link | commenti
categorie: annunzi et notizie - inutilismi
sabato, ottobre 11, 2003

 

Davvero, non so bene cos’è il blog. Solo, mi piaceva l’idea di dire “ehi gente, ma lo sapete che io proprio io ho un blog?”, e vedere tutte quelle testedicazzo che mi guardavano a bocca aperta. E' così bello quando quelli pensano che tu sappia chissà che e ti guardano ammirati e anche un po’ rapiti. Sì sì. Solitamente, quando questo succede, anche l'interlocutore non sa assolutamente quello che sta dicendo. Ed è così bello. Perché è così che va il mondo, direi. Un monte di gente che non capisce un cazzo.

postato da: Paperogonfio alle ore 18:14 | link | commenti
categorie: ripostiglio
venerdì, ottobre 10, 2003

TYTOLI DI TESTA

...well Frank settled down in the Valley
and he hung his wild years
on a nail that he drove through
His wife's forehead
he sold used office furniture
out there on San Fernando Road
and assumed a S 30,000 loan
at 15 ¼%
and put a down payment
on a little two bedroom place
his wife was a spent piece of used jet
trash
made good Bloody Marys
kept her mouth shut most of the time
had a little Chihuahua named
Carlos
that had some kind of skin disease
and was totally blind
they had a thoroughly modern kitchen
self-cleaning oven (the whole bit)
Frank drove a little Sedan
they were so happy

One night Frank was on his way
home
from work, stopped at the liquor store
picked up a couple Mickey's Big Mouths
drank 'em in the car on his way to the
shell station
he got a gallon of gas in a
can
drove home doused everything in the
house torched it
parked across the street
laughing
watching it burn
all Halloween orange and chimney
red
Then Frank put on a top forty station
got on the Hollywood Freeway
headed north

Never could stand that dog

postato da: Paperogonfio alle ore 15:26 | link | commenti
categorie: ripostiglio